Es 19,2-6a | Dal Sal 99 (100) | Rm 5,6-11 | Mt 9,36 – 10,8
Celebriamo quest’oggi l’undicesima domenica del Tempo Ordinario, Pasqua della settimana, usciamo quindi dal mood della festa e ci inoltriamo nella quotidianità.
Le letture di quest’oggi pongono una domanda interessante: cosa significa oggi essere discepoli di Gesù? Cosa significa oggi essere credenti nel Dio di Gesù Cristo?
Il Signore è consapevole che “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”. Lo sperimentiamo anche noi oggi: i preti diminuiscono, le parrocchie restano senza curato, senza parroco, là dove un tempo potevi tranquillamente contare sulla presenza di due, tre, anche quattro preti per parrocchia oggi puoi facilmente trovare un parroco solo con tre, quattro, cinque o sei parrocchie. Ma siamo davvero messi così male? Davvero sperimentiamo la crisi della vocazione?
Io penso che la situazione che stiamo sperimentando oggi in questa parte del mondo (perché in altre parti del mondo i cristiani sono in aumento), non sia una crisi della vocazione bensì della fede. Per decenni abbiamo relegato la trasmissione della fede a figure “autorevoli” (sempre che davvero si possa usare questo termine); preti, frati e suore erano gli “addetti” all’insegnamento della fede. Ma davvero la Parola di Dio ci insegna questo?
Nella prima lettura abbiamo sentito: “voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Dio parla a tutto il popolo, non solo a Mosè e a qualche prescelto!
In virtù del battesimo noi siamo tutti sacerdoti, re e profeti, ciò significa che ciascuno di noi che si definisce credente, seguace di Cristo, è chiamato a testimoniare nella propria vita ordinaria la sua fede.
Papa Francesco diceva: “La fede si trasmette in dialetto, il dialetto della famiglia, il dialetto delle mamme e delle nonne... La fede si trasmette con il latte materno, con l'amore di coloro che ti circondano”.
Certo, per potere consegnare un insegnamento a qualcuno è necessario possederlo; nessun allenatore può insegnare uno sport se prima non lo ha praticato! La fede non è una teoria ma una pratica di vita!
Il vangelo ci consegna i primi passi del credente che tutti noi dovremmo rispolverare.
Anzitutto Gesù chiama fuori dalla mischia. Non si può essere cristiani se ci si confonde nell’anonimato di una folla. Questo è il motivo per cui Gesù chiama i suoi discepoli per nome. È ciò che viviamo nel battesimo e nella confermazione, dovremmo viverlo ogni giorno della nostra vita: Gesù ci chiama per nome, riusciamo a riconoscerlo? Riusciamo a riconoscerci? Il fatto che Gesù ci chiama per nome, infatti, significa che ci conosce in profondità, nell’intimo, che sa quali sono le nostre capacità e quali sono i nostri limiti e ci accoglie e ci ama. Ci riconosciamo nell’immagine che Gesù ha di noi? Oppure ci siamo costruiti una immagine falsa, mascherata, che ci omologa alla folla e ci fa sparire agli occhi di chiunque?
È importante che Gesù prima chiama a sé e poi invia. Come possiamo infatti portare il suo insegnamento se prima non lo abbiamo assorbito nella nostra carne? Come possiamo insegnare Gesù Cristo se prima noi stessi non abbiamo vissuto con lui?
Penso sia questa la crisi che la Chiesa nella nostra parte di mondo sta vivendo. Dobbiamo tornare a Cristo, riconoscendoci tutti chiamati, riconoscendoci tutti operai della vigna, ciascuno con la propria responsabilità ma tutti operai della vigna!
Signore Gesù, tu ci chiami tutti per nome perché ciascuno di noi possa offrire ciò che è e ciò che ha nel testimoniare il tuo Amore. Apri le nostre orecchie affinché possiamo ascoltare la tua voce che ci chiama; apri i nostri cuori affinché siano disponibili ad accogliere il tuo amore per poterlo trasmettere a tutti coloro che nel quotidiano incrociamo sul cammino della vita. Amen.
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